Se il primo anno di presidenza Trump non ha cambiato il mondo, di sicuro ha ridisegnato gli equilibri globali con una serie di decisioni che, tanto in politica interna quanto in politica estera, hanno determinato un riassestamento complessivo dell'ordine mondiale.
Già dall'annuncio dei componenti della sua seconda amministrazione è parso chiaro che sarebbe stata molto diversa dal suo primo mandato per una serie di motivazioni. Anzitutto le persone scelte nei ruoli apicali provengono tutte dal mondo Maga (Make America Great Again), mentre non hanno posizioni di spicco figure legate al vecchio establishment repubblicano. Emblematica la scelta del vicepresidente passato da Mike Pence a JD Vance ma, anche le componenti teocon, non hanno più l'influenza che avevano un tempo, sintomo di un Partito Repubblicano ormai monopolizzato dal mondo trumpiano.
L'unica figura di primo piano con un passato nell'establishment repubblicano è il segretario di Stato Marco Rubio, ma le altre nomine di Trump nascono tutte in seno al movimento Maga a cominciare da Stephen Miller, vice capo staff della Casa Bianca e consigliere fidato del presidente. Lo stesso vale per Pete Hegseth e Kristi Noem, rispettivamente Segretario alla difesa e Segretario alla Sicurezza interna. Figure chiave nella politica estera in questo primo anno di mandato sono stati Steve Witkoff, amico di vecchia data di Trump e il genero del presidente Jared Kushner, molto attivo in Medioriente. Proprio la politica estera è uno dei dossier su cui si è vista una maggiore discontinuità dalla prima amministrazione con un maggior interventismo, diverso però da quello democratico o dei neocon come Bush. Trump ha infatti agito con interventi mirati senza imporre cambi di regime dall'esterno che, come insegna il caso Libia, hanno generato disastri. La visione dell'America First (rappresentata dai dazi in economia) ha lasciato spazio in politica estera a un "interventismo temperato" che ha portato a un profondo dibattito anche all'interno del mondo Maga.
Le fratture nel movimento trumpiano sono esplose dopo l'uccisione di Charlie Kirk che rappresenta, insieme al presidente, uno dei pochi punti fermi della galassia Maga. Emblematico quanto accaduto qualche settimana fa all'America Fest, il grande evento annuale del movimento Turning Point Usa fondato da Kirk (il primo dopo la sua morte). In quell'occasione è emerso pubblicamente lo scontro di potere e di visioni nel mondo repubblicano con un duro attacco dal palco da parte dell'attivista Ben Shapiro nei confronti di Candace Owens, Tucker Carlson, Megyn Kelly sostenendo che "il movimento conservatore è in serio pericolo", parole che hanno suscitato la dura reazione dei diretti interessati.
A queste divisioni occorre poi aggiungere quella tra la componente paleo-Maga capitanata da Steve Bannon e quella tecno-Maga che ha avuto in Elon Musk il suo alfiere ma che ha in figure come Peter Thiel, Yarvin Curtis e nell'amministratore delegato di Palantir Alex Karp i suoi principali riferimenti. JD Vance sta cercando di tenere insieme queste anime con non poche difficoltà sia da un punto di vista relazionale sia ideologico poiché la visione tecno-Maga mal si concilia con un approccio cattolico. Il vicepresidente è però consapevole che, se vuole ambire a essere il prossimo candidato presidente, non può permettersi di prendere posizione in queste diatribe.
Per comprendere la seconda amministrazione di Trump e le sue scelte occorre inoltre tenere a mente una differenza rilevante rispetto al suo primo mandato: se nel 2016 non conosceva i meccanismi del potere (come testimoniano i continui avvicendamenti nella sua prima amministrazione), nel 2024 è arrivato con ben altro approccio. A testimoniarlo è il "Project 2025" elaborato dall'Heritage Foundation che racconta la visione alla base del mondo Maga. Sarebbe bastato in questi anni leggere, ascoltare, provare a capire cosa accadeva nel mondo repubblicano invece di approcciarsi in modo ideologico per comprendere meglio le mosse di Trump. Ma siamo solo all'inizio, ci aspettano altri tre anni movimentati.