Come una matrioska, dove ogni elemento contiene l'altro in una concatenazione stretta e sequenziale, la trattativa per la pace tra Iran e Stati Uniti è ormai sempre più simile alla celebre bambola russa. Il nucleo centrale a cui approdare per gli Stati Uniti è il programma nucleare iraniano, al quale tuttavia non è possibile accedere senza aprire prima gli elementi più urgenti e ingombranti. Lo stretto di Hormuz e la guerra in Libano sono stati finora quelli scottanti, e rischiano di esserlo ancora. Nonostante gli sviluppi positivi, dal cessate il fuoco di 10 giorni siglato fra Israele e il governo di Beirut all'apertura dello Stretto da parte degli ayatollah, non è ancora affatto certo che questi due passaggi possano sbloccare i successivi, poiché manca ancora una suggellazione definitiva. Alla catena si aggiungono altre questioni non meno cruciali, dalle sanzioni agli asset congelati, dal sostegno ai proxy ai risarcimenti per i danni di guerra, fino alla garanzia che la Repubblica islamica non venga più attaccata dagli Usa e dai suoi alleati, su cui Teheran preme con insistenza.
La matrioska sarà aperta, pezzo per pezzo, nei prossimi giorni, domenica o lunedì, a Islamabad per il secondo round di colloqui Usa-Iran. Donald Trump è convinto che qui si chiuderà il conflitto, con un'intesa di lungo termine. Su spinta della Casa Bianca, Benjamin Netanyahu ha infatti sospeso per dieci giorni gli attacchi israeliani al Libano. Era la pre-condizione chiesta da Teheran per sbloccare Hormuz, la cui riapertura non a caso è stata avviata ieri dal regime, con una precisazione fondamentale: riguarderà solo "il periodo della tregua". Trump, dal canto suo, spiega che il contro-blocco americano resterà invece in vigore, anche se nel frattempo Teheran e Washington "stanno lavorando" per liberare Hormuz dalle mine. Ma l'Iran smentisce: se lo stop Usa allo Stretto proseguirà, sarà una violazione della tregua e porterà Teheran a richiudere a sua volta Hormuz. Anche Netanyahu, nonostante il cessate il fuoco, fa sapere che Israele "non ha ancora finito" con Hezbollah. E il Partito di Dio, assente ai colloqui ai quali si è fermamente opposto, continua a negare di voler arrivare al disarmo. Se la tregua non si trasformasse in pace, e il disarmo venisse rifiutato da Hezbollah, la questione potrebbe riaccendere la miccia e tornare a bloccare Hormuz, come in un gioco dell'oca.
L'Iran, intanto, insiste nel non volere un cessate il fuoco temporaneo e a pretendere che il conflitto finisca "una volta per tutte", dal Libano al Mar Rosso.
Eppure Trump si mostra super-ottimista. Il presidente annuncia che "molti dei punti sono stati definiti", che si aspetta un accordo "in uno-due giorni" e va al nocciolo della questione. Dichiara che l'Iran ha accettato di sospendere il proprio programma nucleare a tempo indeterminato e non riceverà alcun fondo congelato dagli Stati Uniti. Prima delle sue dichiarazioni, Axios ha fatto trapelare, fra le tante opzioni, l'ipotesi di un possibile sblocco di circa 20 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati, in cambio della rinuncia all'uranio arricchito. Quanto ai 450 kg di "polvere nucleare", come la chiama il presidente, il tycoon fa sapere che gli Stati Uniti entreranno "con calma" in Iran per recuperarla e portarla in America. Affermazione anche questa smentita da fonti del regime di Khamenei, che parlano di "informazioni completamente false".
Il senatore repubblicano Lindsey Graham racconta che Trump ha negoziato di persona, al telefono, le sue condizioni con gli iraniani tre giorni fa. "Ha detto a voce alta all'Iran cosa sarebbe successo se avessero continuato a fare giochetti. Ha perfino perso la voce". In Pakistan si scoprirà se l'ira del presidente porterà davvero i suoi frutti.