L'Europa cambia linea sulla Cina e prepara una stretta commerciale senza precedenti. A Bruxelles prende forma una nuova strategia di difesa industriale che punta a proteggere interi comparti produttivi europei dall'avanzata di Pechino. Non più soltanto dazi mirati su auto elettriche o pannelli solari, ma un sistema di protezione esteso a settori considerati strategici: chimica, acciaio, automotive, macchinari industriali e tecnologie green. Il segnale politico è arrivato direttamente dal vicepresidente esecutivo della Commissione Ue Stéphane Séjourné, che in una serie di interviste al Financial Times e a Le Monde ha annunciato l'intenzione dell'Ue di ampliare l'uso di quote alle importazioni e tariffe contro la Cina. "Useremo le clausole di salvaguardia in maniera più generale sui settori", ha spiegato il commissario francese, chiarendo che Bruxelles considera ormai la sovrapproduzione cinese una minaccia "esistenziale" per l'industria europea.
Per oltre vent'anni l'Ue ha costruito la propria identità economica sull'apertura dei mercati e sulla liberalizzazione commerciale. Ora però cresce il timore che quella stessa apertura si trasformi in una vulnerabilità strategica. Nei dossier europei circola da mesi un dato che a Bruxelles viene considerato allarmante: il deficit commerciale quotidiano con la Cina avrebbe raggiunto il miliardo di euro. Su Le Monde Séjourné ha avvertito che "29 milioni di posti di lavoro europei" sarebbero esposti agli effetti della sovrapproduzione cinese.
La linea dura, tuttavia, divide ancora il continente. Francia e Italia spingono per accelerare gli strumenti di difesa commerciale, insieme a Spagna, Olanda e Lituania. Più prudenti invece Germania e parte del mondo industriale europeo, preoccupati dalle possibili ritorsioni cinesi e dal rischio di compromettere rapporti economici ancora fondamentali per molte grandi aziende continentali. Séjourné ha infatti avvertito che senza una risposta comune gli Stati membri potrebbero essere tentati di introdurre autonomamente misure nazionali di protezione, mettendo a rischio il mercato unico.
I numeri confermano del resto le difficoltà europee. Secondo Eurostat, nel primo trimestre dell'anno le esportazioni Ue verso i Paesi extraeuropei sono diminuite dell'8,8% rispetto allo stesso periodo del 2025. I cali più pesanti riguardano Stati Uniti (-30,4%), Turchia (-8,2%) e Cina (-7,9%). In questo quadro, però, l'Italia continua a distinguersi. Ad aprile l'export italiano verso i Paesi extra Ue è cresciuto dell'11,3% rispetto allo stesso mese del 2025. A trainare sono soprattutto Svizzera (+39,4%), Cina (+36%) e Paesi Opec (+19,3%). Bene anche gli Stati Uniti (+12,1%). Per il ministro delle Imprese Adolfo Urso si tratta di "un altro record che smentisce ancora una volta i profeti di sventura".