Nuova burrasca al Teatro La Fenice di Venezia. Sull'onda delle polemiche degli ultimi giorni, Domenico Muti (1979), figlio del direttore Riccardo Muti, ha rassegnato le dimissioni dall'incarico di consulente esterno per le tournée internazionali, assunto lo scorso novembre. Una collaborazione triennale che si interrompe bruscamente.
"Purtroppo il clima che si è creato non mi permette di portare avanti con serenità il mio incarico. Ho deciso quindi di recedere con effetto immediato dal contratto tra noi in essere, non ritenendo più possibile operare in questa situazione", ha dichiarato Muti jr. Rammarico anche nelle parole del sovrintendente Colabianchi: "Con il dottor Muti stavamo lavorando a importanti iniziative che avrebbero portato il Teatro La Fenice in Cina, in Giappone, negli Emirati Arabi Uniti e in Germania tra il 2027 e il 2028". Progetti internazionali che ora restano in sospeso.
Quali le cause della frattura? Sullo sfondo si intravede la recente presa di posizione di Riccardo Muti sulla nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale del Teatro La Fenice dal prossimo ottobre, scelta che ha incontrato l'opposizione dell'orchestra e del coro. Interpellato sulla vicenda tra una prova e l'altra del Macbeth di Verdi al Regio di Torino, Riccardo Muti ha dichiarato di non conoscere la direttrice e che, anche se la conoscesse, non si esprimerebbe trattandosi di una collega, aggiungendo che spetta alle orchestre decidere. Una posizione neutrale che, proprio per la sua equidistanza, non è stata perdonata. E così, il primo marzo, i sindacati hanno posto l'attenzione sulle consulenze - attive da mesi - con collaboratori esterni. E, tra questi, anche Domenico Muti che a differenza di Beatrice Venezi - che non arretra di un centimetro, decisa a salire su quel podio infuocato - se ne è andato.
Domenico Muti è da oltre vent'anni al fianco del padre nella gestione degli aspetti contrattuali e organizzativi di una carriera internazionale. È direttore della Riccardo Muti Italian Opera Academy, il progetto formativo nato a Ravenna, approdato a Milano negli spazi della Fondazione Prada, in Giappone e in Cina. Un'esperienza che lo ha portato a costruire una fitta rete di relazioni artistiche e istituzionali all'estero, proprio quel profilo che la Fenice aveva individuato per rafforzare la propria proiezione internazionale.
La sensazione è che la vicenda vada oltre i singoli nomi e racconti una frattura più profonda: quella tra governance, orchestra e rappresentanze sindacali. E così, la Fenice - simbolo per definizione di rinascita - si trova ancora una volta a fare i conti con le proprie tensioni.