La letteratura è questione di numeri? Nei premi letterari sì, non fosse altro perché ci sono delle giurie che votano e i voti si contano. Nel caso del Premio Strega, però, a dare i numeri si può iniziare ben prima di mettersi a contare i voti degli Amici della domenica. Infatti bisogna sempre avere amici, per vincere un premio, in prima istanza per essere candidati al premio medesimo, soprattutto se è lo Strega. Solo che la faccenda, del candidare qualcuno, agli Amici, qui intendiamo quelli dello Strega, negli ultimi anni è un po' sfuggita di mano. L'anno scorso, edizione 2025, c'erano state 82 candidature che, complessivamente, "stazzavano" 20mila e cinquecento pagine. Quest'anno ci siamo andati vicini, i libri proposti allo Strega sono stati 79 e tra questi il Comitato direttivo - ovvero Pietro Abate, Giuseppe D'Avino, Valeria Della Valle, Alberto Foschini, Paolo Giordano, Dacia Maraini, Melania G. Mazzucco, Gabriele Pedullà, Stefano Petrocchi, Marino Sinibaldi e Giovanni Solimine - dovrà scegliere quelli della dozzina, insomma quelli che partecipano alla gara "vera".
C'è da sperare che gli incliti stacanovisti del direttivo più che degli occhi abbiano degli scanner. Riga più riga meno devono, infatti, valutare romanzi per la bellezza di 19mila 390 pagine. Il tutto entro mercoledì primo aprile. Anche contando di compulsare 50 pagine all'ora, insomma di essere degli Usain Bolt della pagina scritta, per leggere questi 79 libri ci vorrebbero quasi 388 ore. Per essere più chiari, più di 16 giorni, leggendo 24 ore al dì. Leggendo per 8 ore al giorno tutti i giorni - Se otto ore vi sembran poche provate voi a lavorar, cantavano le mondine... - non si riesce a venirne a capo in meno di 48 giorni e 11 ore. Altro che primo aprile! Ieri, sui social, notava l'enormità del lavoro un giornalista con lungo piglio culturale come Pierluigi Battista che poi ha chiosato con perfida fiducia: "Per fortuna la scelta finale risulterà equanime e puntuale, scevra da ogni altra considerazione extraletteraria. Buona lettura".
Non è il caso di infierire, cosa aspettarsi dai premi letterari lo ha già spiegato lo scrittore austriaco Thomas Bernhard (1931 - 1989) in un gustosissimo volumetto - in Italia per i tipi di Adelphi - intitolato I miei premi e che nello scaffale di un giurato, di uno scrittore, di un editor e di un giornalista sarebbe meglio non mancasse.
Non è il caso nemmeno di prendersela con Matteo Nucci che ha scritto il libro più lungo dei 79 in corsa, ovvero Platone. Una storia d'amore (Feltrinelli): 576 pagine. Non crediamo abbia lavorato al libro cinque anni per uccidere il Comitato, pare Platone sia una sua passione di lunga data e non un piano alla Diabolik, per altro in cinquina è già stato con Sono comuni le cose degli amici (in questo caso non della domenica). Sarebbe sterile anche rintracciare le filiere di editor e addette stampa con la shopper del Salone del libro che giocano al io lancio il tuo tu lanci il mio. È già classe rispetto agli autori che sponsorizzano altri autori della loro stessa casa editrice o gruppo editoriale. Amici della domenica, infondo, è una dichiarazione di trasparenza, e poi come diceva un grande giornalista, Mario Cervi, "la cosa sbagliata non è avere degli amici da raccomandare, la cosa grave è che siano cretini e raccomandarli lo stesso".
Più interessante è capire come si è arrivati a questa moltiplicazione delle candidature. Lo Strega è uno dei pochi premi che consentono di vendere i libri, non conta per quel che si vince, ma per le copie che fa vendere la vittoria. Stefano Petrocchi, presidente della Fondazione Bellonci e segretario del direttivo, spiegava l'anno scorso dati alla mano che vincere il premio Strega nell'ultimo decennio ha aumentato le vendite di un volume del 523%. Persino lo Strega giovani porta un aumento del 503%. La vittoria ovviamente è questione per pochi. Ma già la fascetta della dozzina aiuta. E già oggi c'è qualche editore che segnala che il suo libro è stato proposto per il Premio strega, con altri 76 è un dettaglio. In un tempo di vacche magrissime in libreria è già un aiuto. Soprattutto per i piccoli editori. Mi scriveva ieri un'autrice, per altro a mio avviso brava, rispondendo ai miei complimenti per essere stata proposta in questa corsa affollata: "Molto affollata, ma fa curriculum". Seguiva faccina che ride nel messaggio. Lo Strega come LinkedIn...
"Tempo di uccidere" di Flaiano La guerra (dis)umana in Etiopia
Il miglior vincitore forse è il primo, «Tempo di uccidere» di Ennio Flaiano. Era il 1947. Flaiano racconta le sue esperienze come sottotenente del Genio nella spedizione italiana che fece la guerra d’Etiopia. Eroismo sotto zero. Retorica sotto zero. La vicenda ruota intorno a un rapporto sessuale con un’indigena finito con un omicidio. Da quel momento, il soldato assassino è perseguitato dal ricordo della morte e dal rimorso. L’Africa è «lo sgabuzzino delle porcherie», dove gli occidentali vanno «a sgranchirsi la coscienza».
C’è solo l’imbarazzo della scelta da Cognetti a Scurati e Lagioia
C'è l'imbarazzo della scelta, tra gli ultimi vincitori ci sono Andrea Bajani (da sbadiglio), Antonio Scurati (con il fascismo in versione fumetto Marvel), Paolo Cognetti (isolazionismo montanaro for dummies), Nicola Lagioia (quando la sintassi è un'opinione) e molti altri romanzi dimenticabili dei quali infatti non ci ricordiamo neppure il titolo. D'altronde non vince il migliore ma chi ottiene più voti, e la caccia al voto è una delle occupazioni principali degli editori in questi mesi. Comunque vada sarà un successo. Forse.
Cassola fu aggredito dai critici di cui ora nessuno si ricorda
Carlo Cassola è stato accusato un po' di tutto dalle avanguardie degli anni Sessanta. Neoclassico, provinciale, noioso, commerciale, ideologicamente sospetto, sentimentale. Il Gruppo 63 gli affibbia il titolo di «Liala del nostro tempo». Nel 1960 vince con La ragazza di Bube, uno dei suoi romanzi più noti. Oggi Cassola gode di una riscoperta critica mentre i suoi critici sono stati inghiottiti dalla irrilevanza. D'altronde erano lì per combattere una battaglia di potere culturale, non per lasciare il segno nella letteratura. Quello lo lasciò Cassola.