Chiude Lido 84, il primo ristorante italiano per la 50 Best

Scritto il 12/02/2026
da Andrea Cuomo

Il locale a Gardone Riviera dei fratelli Camanini ha annunciato a sorpresa sui social che il prossimo 22 marzo terrà l’ultimo servizio. Una brutta notizia per tutto il sistema: appena lo scorso giugno l’insegna era stata inserita al 16° posto tra le migliori del mondo. Dodici anni tra sperimentazione (come negli scioccanti Rigatoni cacio e pepe in vescica di maiale) e il disinteresse della Michelin

La notizia arriva in modo quasi dimesso, affidata a poche righe sui social. Niente conferenze, nessun retroscena romanzato. “Il 22 marzo 2026 sarà l’ultimo giorno di servizio di Lido 84”. Così si chiude, almeno formalmente, una delle esperienze più entusiasmanti della ristorazione italiana recente. Dodici anni compressi in un post dal tono misurato, più da lettera privata che da comunicato di commiato.

A Gardone Riviera, sulla sponda bresciana del Garda, Lido 84 era nato il 21 marzo 2014. In poco tempo era diventato un caso: per i piatti, per il posizionamento internazionale, per quella capacità di stare al centro della conversazione gastronomica senza appartenere davvero a nessuna scuola. Riccardo e Giancarlo Camanini hanno costruito un ristorante che ha funzionato come un corpo estraneo nel sistema, attirando tanto consenso e qualche perplessità. Ogni cosa faceva discutere ed entusiasmava, soprattutto il piatto più famoso, i Rigatoni cacio e pepe in vescica di maiale, “cotti senza liquidi nella vescica che viene aperta davanti al cliente – scrivevo nella mia recensione comparsa in questa rubrica e seguita alla mia ultima visita, nel dicembre 2024 -. Classico esempio di piatto semplice per il cliente, che si gode una cacio e pepe di assoluta ortodossia romana, ma complesso nello studio e nella tecnica. Peraltro la cottura insolita rende ogni rigatone differente dall’altro in termini di “dentezza”, ciò che rende il piatto anche fonte di continua sorpresa”.

Sul piano mediatico e critico, Lido 84 ha avuto una traiettoria insolita. Per diversi anni, dopo l’ingresso di Massimo Bottura nella “hall of fame”, Riccardo Camanini è stato il primo italiano nella classifica dei World’s 50 Best Restaurants. Nell’ultima edizione, il sedicesimo posto. Un riconoscimento costante, se non trionfale. Diverso il rapporto con la Michelin, che si è fermata a una stella suscitando sconcerto, rabbia, perfino ironia tra i tanti fan dei Camanini Brothers. Ogni autunno si riaccendeva il dibattito: sarà l’anno della seconda? Ma quell’anno non è arrivato mai, è arrivata prima la chiusura, purtroppo.

“Lido 84 – scrivevo poco più di un anno fa - è un ristorante che nasce una decina di anni fa dall’idea di Riccardo Camanini, bergamasco di un altro lago, l’Iseo, classe 1973, di mettere a frutto le sue esperienze che comprendevano Alain Ducasse, Raymond Blanc e soprattutto Gualtiero Marchesi, aprendo un locale tutto suo in riva al Garda. Gli inizi non sono facili: i soldi sono pochi, il personale scarso e Riccardo convince il fratello Giancarlo, manager di una grande azienda, a spalleggiarlo e quest’ultimo inizialmente fa il doppio lavoro, di giorno in azienda e di sera uomo di sala. In pochi anni diventerà uno dei migliori in Italia nel servizio e sì, nel frattempo ha lasciato il suo lavoro manageriale e francamente siamo grati al destino che ha deciso così. Perché Giancarlo è davvero il 50 per cento, anzi, il 42 del Lido 84, e non è una frase detta per dire. Senza di lui l’esperienza non sarebbe quello che è, ne sono certo”.

Nel messaggio di saluto si parla di “magnifica avventura”, di traguardi e di emozioni. Toni controllati, senza retorica da ultimo giorno di scuola. Colpisce, semmai, il passaggio dedicato a “quel centinaio di ragazzi” che si sono alternati in brigata. È lì che il racconto cambia prospettiva: meno icona, più officina. Formazione, lavoro quotidiano, disciplina. Parole che riportano Lido 84 a una dimensione concreta, fatta di turni, prove, errori e continuità. Un ristorante come luogo di passaggio e crescita, non solo di celebrazione.

Non si accenna a fratture o a conflitti. La chiusura viene descritta come una scelta “serena”, con l’idea di lasciare spazio a “semi di un nuovo progetto”. Nessuna anticipazione su tempi e forme. Solo l’indicazione di una data precisa: 22 marzo 2026. Dopo il servizio, le luci si spegneranno.

Resta da capire cosa significhi davvero questa uscita di scena. Lido 84 è stato un laboratorio che ha inciso sull’immaginario gastronomico italiano, spostando l’attenzione su un lago più abituato al turismo che all’avanguardia culinaria. Ha dimostrato che si può costruire un indirizzo di destinazione anche lontano dalle capitali gastronomiche, e che un piatto può diventare simbolo senza trasformarsi in manierismo.

Il resto, per ora, è silenzio. In un settore che vive di inaugurazioni e rilanci, la scelta di chiudere mentre i conti tornano e le classifiche sorridono resta un gesto raro. Non eroico, non drammatico. Semplicemente definitivo.

Lido 84 è un caso a parte nell’alta ristorazione italiana. Ristorante di culto per molti dei critici e degli appassionati, nonché prima insegna italiana secondo la lista dei World’s Fifty Best Restaurants, che lo piazza al dodicesimo posto nel mondo, è invece decisamente sottostimato dai soloni della guida Michelin, che gli attribuiscono soltanto una stella, di fatto stabilendo che ci sono almeno 52 altri ristoranti (14 tristellati e 38 bistellati) che vale la pena provare prima. E non v’è chi non pensi che nella scelta dei “gommisti” francesi vi sia un certo puntiglio nel penalizzare un locale che è diventato un po’ l’emblema di una filosofia critica concorrente e controcorrente rispetto alla rossa. E si sa che dalle parti di Parigi sono piuttosto permalosi.

Ora, roso dal dubbio (avrà ragione la Fifty Best o la Michelin, o forse il Gambero Rosso, che inserisce Lido 84 nell’élite italiana attribuendogli un punteggio di 91 centesimi, che la piazza al 25esimo posto a pari merito della classifica?) sono andato a Gardone Riviera, in quel tratto molto dannunziano della sponda lombarda del Garda, con il Vittoriale lì vicino, a verificare di persone. E devo dire, autospoilerando la mia recensione, che sono decisamente più vicino alla visione della Fifty Best che a quella della Michelin. E vi spiego perché.

Lido 84 è un ristorante che nasce una decina di anni fa dall’idea di Riccardo Camanini, bergamasco di un altro lago, l’Iseo, classe 1973, di mettere a frutto le sue esperienze che comprendevano Alain Ducasse, Raymond Blanc e soprattutto Gualtiero Marchesi, aprendo un locale tutto suo in riva al Garda. Gli inizi non sono facili: i soldi sono pochi, il personale scarso e Riccardo convince il fratello Giancarlo, manager di una grande azienda, a spalleggiarlo e quest’ultimo inizialmente fa il doppio lavoro, di giorno in azienda e di sera uomo di sala. In pochi anni diventerà uno dei migliori in Italia nel servizio e sì, nel frattempo ha lasciato il suo lavoro manageriale e francamente siamo grati al destino che ha deciso così. Perché Giancarlo è davvero il 50 per cento, anzi, il 42 del Lido 84, e non è una frase detta per dire. Senza di lui l’esperienza non sarebbe quello che è, ne sono certo.

Veniamo alla mia cena. Il locale si trova in un piccolo parco, seminascosto rispetto al livello della strada. C’è una sala grande, arredata con gusto familiare, da salotto elegante, io mi accomodo in uno dei tavoli davanti al lago, che brilla nel buio oltre la vetrata, dopo scoprirò che c’è anche una dépendance, detta La Torre, trasformata in una sala privata prenotabile a parte per massimo quattro commensali, particolarmente curata e con il plus di un giradischi anni Settanta su cui suonare gli lp messi a disposizione da Riccardo e Giancarlo o, volendo, quelli portati dal cliente da casa. Idea magnifica, i dettagli sono i mattoni con cui è costruito il paradiso (o l’inferno, nel caso).

I menu sono due, entrambi denominati Oscillazioni, a dare il senso di un movimento continuo attorno a un asse. Il primo è dedicato alla Storia del locale, con i piatti che hanno fatto furore (tra essi lo Spaghettone con burro e lievito di birra che è stato addirittura esposto al MoMa di New York, il Riso con aglio nero e frutti rossi, l’Animella di vitello con rum, miele e senape all’antica), il secondo non ha invece punti di riferimento, è un viaggio estemporaneo nel tormentato percorso di ricerca di Riccardo e richiede da parte del cliente curiosità e fiducia. Io ho secchiate di entrambi e vengo ripagato con una sfilza di piatti memorabili, che compongono alla

fine un percorso a cui ho provato ad appiccicare un’etichetta senza riuscirci. Di certo l’espressione di una cucina colta, profondamente ragionata e studiata, tecnica ma senza inutili gestualità, legata al territorio e al contempo contemporanea nel modo in cui in una ricetta confluiscono gli stimoli dettati dalla memoria, dalla storia personale, dal momento storico, da come l’umanità è e da come dovrebbe essere.

Difficile spiegare, quindi meglio se commento qualche piatto. La Seppia con topinambur e burro di anguilla affumicato è un oggetto in apparenza misterioso che si manifesta con una consistenza e un profumo di incredibile intensità, L’Anguilla, fritta con leggerezza e con cavolo viola, nigella e spinacio rosso, è di grande complessità e con tanti sapori che spingono in tante direzioni diverse trovando un equilibrio ad alta quota. Il gioco di mimetismo della Pasta al forno ripiena con gamberi, peperone crusco, broccoli, curry verde e combawa inaugura il discorso sulle paste che Camanini, in controtendenza rispetto a molta parte dell’alta cucina italiana, cura particolarmente: notevole come la Pasta riccia con fegato di cannolicchio, sesamo tostato e peperoncino e come gli Agnolotti di coda di bue con miele, anice stellato, erbe amare, capperi, sedano e pepe sansho, un piatto comfort e al contempo sofisticato, con una nota erbacea e mentolata sensazionale. Poi ancora nel ramo pasta ecco i Rigatoni cacio e pepe, il piatto più celebre di Camanini, cotti senza liquidi nella vescica che viene aperta davanti al cliente. Classico esempio di piatto semplice per il cliente, che si gode una cacio e pepe di assoluta ortodossia romana, ma complesso nello studio e nella tecnica. Peraltro la cottura insolita rende ogni rigatone differente dall’altro in termini di “dentezza”, ciò che rende il piatto anche fonte di continua sorpresa. Infine il Fusillo 84 h, altro virtuosismo tecnico: viene cotto 84 ore, ovvero sette cicli da 12 ore alternando forno a 85 gradi e frigorifero a 3, ciò che lo rende digeribilissimo. E il bello è che in cima a tutto questo, è usato come contorno di un piccione con foie gras, con una mostarda di datteri e Lagavulin a legare il tutto. Un gusto, va detto, a tratti un po’ troppo intenso almeno per me. Unico mezzo passo falso in una collana di perle, tra le quali la Verza con cumino, aceto di pino mugo e

avocado, il Maialino con broccolo fiolaro, curry, combawa, mozzarella e kumquat, il Germano reale con porri, miso di pane e orzo, limone nero e cavolo corsaro rosso. Infine i dolci: per me una Crema di zucca con fava tonka, crema di marzapane, timo e chips di zucca con seorbetto di clementina e cialda croccante di semi di zucca, prima di qualche blandizie finale.

Carta dei vini bella sia nel contenuto sia nel contenitore, servizio soave (oltre a Giancarlo, magnifica Marzia), l’attenzione a ogni aspetto della serata è davvero peculiare. Il menu da me degustato costa 140 euro nella versione da sette passaggi e 160 in quella da nove e i Rigatoni cacio e pepe possono essere aggiunto per 20 euro, come il Rognone al torchio che riprende una antica ricetta di Apicio (non l’ho provato ma qualcuno me ne ha parlato meravigliosamente) a 90 euro per due persone. E dalla lunghezza di questo pezzo potete arguire quanto mi sia piaciuta la mia serata al Lido 84 e quanto mi piacerebbe che qualcuno che mi legge possa un giorno andarci.