Due iraniani residenti in Italia accusati di sovversione

Scritto il 29/05/2026
da Francesca Galici

La procura di Milano ha individuato i due soggetti grazie ad alcuni passaggi sui social: “Sei condannata alla morte”

Sovversione, repressione e intimidazione: la procura di Milano ha individuato una presunta rete legata al regime di Teheran e attiva in Lombardia, accusata anche di “associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico”. Ne dà notizia il Corriere della sera e ne facevano parte due iraniani residenti a Segrate e a Bergamo, per i quali sussistono anche le ipotesi di reato di eversione dell'ordine democratico, oltre a quella di minacce aggravate. Secondo i magistrati, gli indagati sarebbero sostenitori della politica repressiva della Repubblica Islamica e frequentatori di un centro islamico milanese la cui sede appartiene al Consolato iraniano, considerato dagli inquirenti una diretta propaggine del regime in Italia.

L'inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Alessandro Gobbis, ipotizza l'esistenza di un'organizzazione strutturata per soffocare il dissenso politico della comunità iraniana in Italia e il meccanismo descritto dagli investigatori si incentrerebbe su minacce di morte sistematiche dirette agli attivisti e su ritorsioni e intimidazioni nei confronti dei loro familiari rimasti in Iran. Una tortura psicologica volta a inibire qualuque forma di dissenso contro il regime di Teheran e qualunque forma di protesta e “operazione verità” che potrebbe essere fatta all’estero per mettere in cattiva luce l’operato degli ayatollah. L’elemento più particolare di questa indagine è nell’applicazione dell'articolo 270 bis del codice penale, che viene citato quando si ipotizza il reclutamento di combattenti o il finanziamento di attentati: in questo caso specifico, il terrorismo viene contestato perché le condotte minatorie sono ritenute capaci di arrecare un grave danno all'Italia, minandone l'ordine pubblico e limitando la libertà di pensiero politico e religioso che lo Stato garantisce a chiunque si trovi sul suo territorio.

Il contesto in cui si sviluppano questi accertamenti è legato alle forti tensioni interne alla comunità iraniana dopo le recenti proteste contro il governo di Teheran, culminate anche in contestazioni speculari durante i presidi dello scorso 2 marzo a Milano. I dissidenti di Teheran sono stati in molti casi insultati da chi era in piazza per difendere il regime dagli attacchi americani ma gli investigatori hanno individuato due precisi eventi per ancorare l’indagine: uno riguarda la denuncia di un'attivista italiana di origine iraniana, spesso ospite di trasmissioni televisive su Rete 4, che ha riferito di una chiamata ricevuta l'11 marzo su un'utenza telefonica lasciata a una parente in Iran, in cui una voce maschile in lingua farsi le comunicava una condanna a morte e la confisca dei beni a causa della sua collaborazione con l'emittente dissidente Iran International. La voce credeva di parlare con la ragazza residente in Italia e avrebbe detto: “Abbiamo la conferma che tu sei un’oppositrice del regime anche perché hai collaborato con una tv oppositrice, TV Iran International e altre tv oppositrici. Tu sei condannata alla confisca dei beni e alla morte”. Ma non solo, perché la stessa ha anche comunicato agli investigatori il ritrovamento della scritta in lingua araba “Noi siamo ai tuoi ordini Khamenei” sul citofono della propria abitazione. L’altro elemento, invece, riguarda quanto accade sui social, dove un indagato è stato individuato a seguito delle segnalazioni su un profilo Instagram utilizzato per indirizzare minacce di morte a chiunque auspicasse il ritorno al potere del principe Reza Pahlavi. La longa manu degli ayatollah, non da oggi, si è stesa anche in Italia e la sua rete sembra essere ben capillarizzata.