C'è una linea sottile, ma decisiva, che separa le vittorie tattiche dalla stabilità strategica. Nel caso del Monte dei Paschi di Siena, l'assemblea che ha rimesso in sella Luigi Lovaglio appartiene senza dubbio alla prima categoria. La seconda, quella che davvero conta per il destino della banca più antica del mondo, è ancora tutta da costruire. E richiede qualcosa di più di un voto favorevole: pretende equilibrio, senso delle istituzioni e una responsabilità che non si esaurisce nella conta dei consiglieri.
I numeri, in questo caso, non sono neutri. Otto consiglieri espressione della lista Lovaglio, sette riconducibili all'altra parte, compreso il rappresentante di Assogestioni. Una maggioranza aritmetica che è, allo stesso tempo, una minoranza politica allargata. Una configurazione che sembra disegnata apposta per mettere alla prova anche il più abile degli equilibristi. E infatti, di là delle rassicurazioni dello stesso Lovaglio («non sono spinto da desiderio di rivincita»), il rischio di una navigazione a vista è tutt'altro che remoto. In questo contesto, una breve ma necessaria annotazione va fatta sulla Legge Capitali. Molto criticata, spesso con toni partigiani più che tecnici, essa ha invece dimostrato una sua solidità di fondo. Non perfetta, certo, ma capace di garantire un esito assembleare finalmente trasparente e contendibile. Il mercato, quando è messo nelle condizioni di funzionare, tende a trovare un suo punto di equilibrio: cosa che è accaduta mercoledì. Il problema, semmai, è ciò che accade dopo. Ed è qui che si apre il vero
capitolo della vicenda. Perché la stabilità non è un effetto automatico del voto assembleare. È una costruzione paziente, che richiede volontà politica e disciplina industriale. Soprattutto quando alle spalle ci sono settimane di scontri durissimi, ribaltamenti improvvisi e decisioni come il licenziamento in tronco di Lovaglio che difficilmente si dimenticano in fretta.
I protagonisti di questo passaggio non possono tirarsi indietro. Francesco Milleri e Giuseppe Castagna, attraverso Delfin e Banco Bpm, hanno avuto un ruolo determinante nel riportare Lovaglio alla guida operativa della banca. Una scelta che, nelle loro intenzioni, è stata dettata dall'esigenza di continuità e stabilità. Bene. Proprio per questo, la responsabilità non si esaurisce con il voto in assemblea. Al contrario, comincia da lì. E la prima verifica sarà immediata. Il cda chiamato a nominare presidente e amministratore delegato, che verosimilmente si riunirà all'inizio della prossima settimana, rappresenta un passaggio cruciale. Sulla figura dell'ad non sembrano esserci dubbi: Lovaglio è il candidato naturale. Ma è sulla presidenza che si gioca una partita ben più delicata.
L'orientamento della maggioranza sarebbe quello di indicare Cesare Bisoni. Una scelta legittima sotto il profilo formale, ma discutibile sotto quello sostanziale. In una situazione di quasi perfetta parità, concentrare entrambe le cariche apicali nella stessa area rischia di accentuare le tensioni anziché attenuarle. E soprattutto priva la minoranza di qualsiasi ruolo di garanzia.
Ci sarebbe, invece, una soluzione più lineare e più efficace: affidare la presidenza a un esponente della lista di minoranza. Non per spirito di compensazione, ma per una ragione molto più concreta. In un consiglio diviso, la figura del presidente può e deve svolgere una funzione di equilibrio, di mediazione, di sintesi. È una questione di buon senso prima ancora che di galateo istituzionale.
Peraltro, lo stesso svolgimento della votazione potrebbe rivelarsi problematico. Se Bisoni, come vorrebbe una prassi di correttezza, si astenesse, il risultato sarebbe un perfetto sette a sette. Una paralisi che nessuno può permettersi. E tuttavia, proprio la durezza dello scontro recente rende difficile immaginare gesti di particolare eleganza.
Allora si torna al punto di partenza: la responsabilità degli azionisti di riferimento. Milleri e Castagna non possono limitarsi a osservare. Devono intervenire, con discrezione ma con fermezza, affinché il consiglio trovi un punto di caduta che garantisca operatività e coesione. Non si tratta di interferire, ma di esercitare fino in fondo il proprio ruolo. Perché una banca come il Monte non può permettersi una governance fragile. I mercati non aspettano, i clienti nemmeno. E la credibilità, una volta incrinata, è difficile da ricostruire.
In fondo, la vera sfida non è vincere un'assemblea. È governare il giorno dopo. E farlo insieme, anche quando non ci si è scelti.

