A sinistra è partita la danza per dimostrare che con Vannacci in maggioranza la coalizione si è spostata a destra. I soldati del generale dopo che hanno votato la fiducia al governo sono stati, infatti, il bersaglio di un fuoco di fila di dichiarazioni al fulmicotone. «La Meloni - osserva in mezzo al Transatlantico Marco Furfaro della segreteria del Pd - ha impiegato venti anni per non farsi chiamare fascista e ora si è messa in casa uno che è contento di essere additato come fascista». Ed ancora: «È robaccia - spiega Matteo Orfini - e una destra moderna li avrebbe cacciati fuori. E invece, ahimè, comincerà la competizione su chi è più destra». Mentre Riccardo Magi, di piùEuropa, connota il nuovo soggetto politico: «Ora il centro-destra ha dentro una componente putiniana conclamata».
La simpatia verso il novello colonnello Buttiglione è sparita. La delusione perché Vannacci è rientrato nei ranghi del centro-destra è condita a sinistra con il giudizio sulla svolta radicale che la sua presenza determinerà nella coalizione. Parole più pesanti le trovi solo nella Lega, vero obiettivo della prima campagna del generale. «Più che al futurismo di Marinetti - sbotta il capo dei deputati Riccardo Molinari - siamo al trasformismo di Giolitti». Mentre Stefano Candiani offre la fotografia del quadro complicato che regolerà d'ora in avanti i rapporti nel centro-destra. «Hanno sputato sul piatto - si sfoga - il giorno dopo il divorzio. È evidente che si tratta di un soggetto politico che nasce contro la Lega, ma la Meloni è troppo intelligente per assecondarli. In questo momento ha tutto l'interesse a salvaguardare Salvini altrimenti la Lega comincerà a sparare i fuochi d'artificio».
Insomma, l'atmosfera del figliol prodigo non c'è proprio per il ritorno del generale. E i primi a saperlo sono i suoi militi. «I miei ex compagni della Lega - confessa Ziello - mi odiano, mi scuoierebbero vivo». Mentre Sasso, l'altra testa di cuoio di Vannacci, illustra la strategia della nuova componente. «I nostri antagonisti nella maggioranza - spiega - sono la Lega e Tajani. Il nostro obiettivo è spostare il baricentro dell'alleanza molto più a destra».
Mettendo insieme questi elementi emerge che l'unico interlocutore nel centro-destra del generale è Giorgia Meloni. È suo il compito di far quadrare il cerchio per evitare che lo scontro all'arma bianca tra Salvini, Tajani e Vannacci destabilizzi la maggioranza. La premier per ora ci prova con un occhio alla percentuale che Vannacci riscuote nei sondaggi (ieri Pregliasco di Youtrend parlava di un 3,9%): la priorità è non perdere un alleato che potrebbe risultare determinante alle elezioni. Se leghisti e forzisti hanno interrotto del tutto le comunicazioni con il generale, gli uomini della premier invece non chiudono il telefono. «Io parlo con tutti», si limita a dire Giovanni Donzelli, mentre il ministro per i rapporti con il Parlamento, Ciriani, in queste giornate tempestose tiene i collegamenti. «Vannacci - confida l'interessato - ce l'ha più con Salvini che con noi. Vengo dalla capogruppo del Senato e l'imbarazzo della Lega era palpabile. Sulla fiducia è andata come prevedevo. È un risultato positivo che Vannacci resti in maggioranza. Bisognerà vedere se un domani ci saranno ancora le condizioni visto che la politica estera non è un dettaglio».
L'obiettivo, quindi, è tenerlo dentro finché è possibile «per allargare la maggioranza» come ragionava l'altro ieri il presidente del Senato La Russa. Ma è chiaro che le altre aree del centro-destra non siano felici. Matteo Salvini va capito: sono due anni che spara sugli aiuti all'Ucraina ma poi per disciplina di maggioranza vota a favore; l'idea che al generale sia permesso di stare in maggioranza e votare contro il decreto per gli aiuti a Kiev non gli fa piacere. Lo espone alle critiche di una parte del suo elettorato. Stesso discorso vale per la gamba moderata della coalizione: l'immagine di una radicalizzazione a destra dell'alleanza fa perdere appeal presso l'elettorato di centro. Non per nulla Tajani ci tiene a spezzare una lancia in favore di Salvini: «È lui che deve decidere se Vannacci può stare nel centro-destra». Gli altri, invece, non hanno freni inibitori. «A Giorgia - sentenzia duro Lorenzo Cesa - converrebbe di più dire fuori dalla palle questi fascisti». Sono contraddizioni che solo i sondaggi alla vigilia del voto potranno risolvere.

