I personaggi che hanno segnato la storia recente del nostro Paese raccontati da Vittorio Feltri. Ogni venerdì sul quotidiano cartaceo, sul sito de il Giornale e sui nostri canali social il nuovo podcast del direttore editoriale. Oggi il ritratto del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga
È stato presidente della Repubblica, del Senato, del Consiglio dei ministri, ministro degli Affari Esteri, dell'Interno e pure per l'organizzazione della pubblica amministrazione e per le Regioni, sottosegretario di Stato del ministero della Difesa, deputato, senatore eletto e anche a vita, ma per me Francesco Cossiga è stato soprattutto un amico, di quelli veri, s'intende. Vestiva quasi sempre di grigio, la sua cultura era sconfinata, però si guardava bene dall'esibirla, era pudico in determinate cose, come pure nei sentimenti. A Francesco non interessava piacere, conquistare il grande pubblico, tenersi gli amici e tenere a bada i nemici. Sembrava compiesse di tutto per farsi odiare da quel ceto politico di cui, suo malgrado, era parte, ed è così che finì con l'essere amato dalla gente, dai cittadini, dal popolo, il quale apprezzava il fatto che il Capo dello Stato era signore che non le mandava di certo a dire, uno che chiamava le cose con il loro nome, che non edulcorava la realtà, bensì la somministrava in dosi massicce e così come era, quasi sempre schifosissima.
Francesco fece capolino nella mia vita quando fu eletto presidente della Repubblica, ruolo che ricoprì mantenendo sempre un comportamento molto compassato. Cossiga non aveva la mania, anzi la smania, di apparire, non si spendeva in discorsi inutili e strambi. Cossiga per primo, davanti alla questione spinosa dell'inchiesta di Mani pulite, ha cominciato a rompere gli schemi, ossia a mostrare ai politici dove avevano sbagliato e cosa avrebbero potuto fare per riacquistare la fiducia tradita dei cittadini. Le sue orazioni venivano chiamate le picconate di Cossiga ed erano divenute un appuntamento non quotidiano eppure frequente. La loro caratteristica fondamentale è che erano rivolte a tutti i politici, sia di destra sia di sinistra. Francesco non faceva sconti a nessuno. Sottolineava i difetti della classe politica, l'incapacità dei partiti di rappresentare il popolo italiano. Le sue erano arringhe efficaci e toccanti. A quel tempo dirigevo l'Indipendente e dormivo in un residence di corso Italia, a Milano. Cossiga, il quale da un po' aveva preso a telefonarmi in redazione, non volendo attendere che vi giungessi, mi chiamò presso l'albergo in cui alloggiavo. Erano circa le sette del mattino, orario in cui dormo ancora profondamente, quando venni svegliato dal custode del residence, il quale, con tono seccato e pure di scherno, mi comunicò: "C'è un tizio al telefono che sostiene di essere il presidente della Repubblica e le vuole parlare. Riattacco?".
Eppure la voce di Francesco era inconfondibile, il portiere lo avrà scambiato forse per un abilissimo imitatore? "Feltri, sono Cossiga. Era solo per farle sapere che oggi piccono". In verità diceva picono, con una sola c. Quei concioni, il cui lessico era elegante e forbito, erano irritanti per la classe politica, accusata da Cossiga ancora di più di quanto non facesse il pool di Mani Pulite. Ecco la ragione per cui si tentò di mettere Cossiga fuorigioco. In pratica lo si voleva neutralizzare al fine di eleggere un nuovo presidente, tuttavia nessuno riuscì ad escogitare gli argomenti tecnici per ostracizzarlo, quindi Cossiga restò fino all'ultimo a picconare. Anzi, non proprio fino all'ultimo. In prossimità della scadenza fu egli stesso ad andarsene via, una maniera forse di mandare tutti al diavolo, una specie di dispetto. Gli successe Oscar Luigi Scalfaro. Lasciatosi alle spalle il Quirinale, Francesco seguitò nella sua attività di picconatore, nelle sue esternazioni educate ma senza filtri, però senza ottenere più quell'impatto forte che gli conferiva il ruolo di Capo dello Stato.
Non smise neppure di telefonarmi ovunque fossi e in qualsiasi momento. Un bel dì Francesco mi fece una confessione. Conservava un sogno nel cassetto, quello di diventare giornalista e mi pregò di aiutarlo a realizzarlo. Prese così a scrivere per il neonato Libero pezzi esilaranti, in cui attaccava praticamente tutti, senza scomporsi. Gli articoli vergati da Francesco riguardavano vicende della politica e li firmava ovviamente con il suo nome. Ne compose parecchi per due anni di fila. Essendo avvezzo ad avere sempre un orecchio per tutti, l'attività giornalistica gli risultò agevole. Insomma, il suo era un talento innato. Spesso veniva in redazione, che allora era situata su viale Monza, volteggiava tra le scrivanie incuriosito e sorridente, faceva battute, sempre arguto e sfottitorio come era. I giornalisti lo osservavano con gli occhi sgranati e le bocche aperte. Insomma, non si vede tutti i giorni un ex presidente della Repubblica che bighellona in un ufficio spargendo con generosità sorrisi e paroline gentili.
Dato che ero a conoscenza del fatto che gradiva gustare un goccetto di whiskey e che il Lagavulin era il suo preferito, mi procuravo che non mancasse in ufficio quando Cossiga veniva a farci visita. Gliene versavo giusto qualche sorso, non è che bevesse, ma non disdegnava affatto quell'aroma. In uno di questi nostri incontri riservati, gli domandai per quale motivo parecchi anni prima avesse lasciato la presidenza della Repubblica prima della scadenza del mandato. Mi rispose che era nauseato, disgustato da quel ceto politico con il quale aveva a che fare e che in qualche maniera, in qualità di Capo dello Stato, era lo specchio. Non ho dubbi riguardo la veridicità di questa dichiarazione, però ritengo che Francesco si ritirò pochi mesi prima come per dire a quanti avevano tentato di estrometterlo: Non vi ho concesso questa soddisfazione ma non me ne andrò allo scadere naturale della investitura. Vado via ora, perché lo voglio io.
Non smise di scrivere e di picconare una volta raggiunto il suo traguardo. Tuttavia i suoi pezzi divennero sempre più saltuari quando poi si ammalò, perché era stanco, addirittura avvilito. Il suo declino fu abbastanza rapido. Di tanto in tanto mi telefonava per informarsi su come procedesse il lavoro al giornale, su come me la passassi io. Credo che alla malattia si fosse aggiunta una fase depressiva. Me ne accorsi perché, quando gli parlavo, notavo che era abbastanza disinteressato persino alle cose che egli stesso diceva, chiacchierava per educazione ed io lo lasciavo in pace, capivo che aveva bisogno di silenzio, o di poche parole.
Quando, pochi giorni prima che morisse, lo chiamai, conversammo sì e no per due minuti al massimo. Stavamo per mettere giù la cornetta allorché, da quel breve e profondo silenzio che segue i saluti, sentii ancora la sua voce. Ferma. Diversa, non l'avevo mai udita così. Decisa. Senza più quella vena di ironia. Senza più quella sopraggiunta rassegnazione.
"Vittorio. Addio".
Neppure mi diede il tempo di rispondere. E, del resto, cosa mai avrei potuto dire?
Ero da solo nel mio ufficio.
Cadde una lacrima sul foglio.

