"Per noi cronisti che facciamo antimafia la sua assoluzione è una vera sconfitta"

Scritto il 18/04/2026
da Felice Manti

Claudio Cordova: "Le sue parole gravi, noi sepolti da querele temerarie"

"Le parole di Saviano sono gravi, trovo la sua assoluzione quantomeno singolare. Più di pallottole e attentati sono le minacce bianche, in carta bollata, quelle che rischiano di farci smettere di scrivere di mafia e criminalità". Claudio Cordova è il direttore del Dispaccio, un sito d'informazione che da vent'anni documenta il dominio asfissiante dei boss a Reggio Calabria e dintorni. I suoi libri-inchiesta - il più famoso è Gotha, con la prefazione dell'ex procuratore antimafia Federico Cafiero de Raho - lo rende un bersaglio vivente come Pietro Comito e altri freelance perché racconta come stanno cambiando i clan. Dai pizzini ai post i boss raccattano consensi tra i più giovani, come spiega nel suo ultimo libro Criminalità socializzata. Di querele come Roberto Saviano ne ha una collezione, tutte o quasi temerarie. Molti sono magistrati a cui non è piaciuto il modo in cui sono state raccontate inchieste di 'ndrangheta che li hanno sfiorati. "Mi hanno chiesto in tutto 3 milioni di euro", racconta quando chi chiediamo cosa ne pensa dell'assoluzione dell'autore di Gomorra per la frase "Matteo Salvini ministro della malavita" dopo un suo post su Facebook che ha fatto molto discutere.

Diciamolo subito. In un Paese diviso tra guelfi e ghibellini, la sensazione è che la magistratura abbia "salvato" Saviano per non dover dare ragione a Salvini. Tu con chi stai tra i due?

"Non c'è dubbio che tra lui e Saviano preferisco quest'ultimo, che da giornalista ha avuto dei meriti innegabili, soprattutto all'inizio della sua carriera. Ma io affronto processi per molto meno".

Ma è una citazione del libro di Gaetano Salvemini...

"Ma ha fatto comunque un'affermazione secondo me grave, rispetto a quello che passiamo tutti noi in provincia per aver scritto la verità".

Diciamo pure in trincea...

"Noi subiamo censure che nessuno sa, viviamo nell'oblio, siamo isolati, a volte anche dentro la nostra categoria. Se non si parla mai di noi e dei nostri problemi non esistiamo..."

Come venite colpiti?

"Veniamo colpiti non più con le pallottole o con l'incendio delle macchine, ma con richieste di risarcimento danni. Prima ti isolano, poi ti delegittimano e poi ti chiedono migliaia di euro".

Con quali risultati?

"Che a 40 anni fatti a febbraio in Calabria tra chi vive di giornalismo sono ancora il più giovane cronista di 'ndrangheta. Tantissimi colleghi, alla prima querela, hanno smesso. Non si è creata una nuova classe di giornalisti che si occupano del potere mafioso, finiremo a non poter scrivere più. Poi non dobbiamo lamentarci se i giornali non vendono".

Qual è stata l'ultima causa che hai vinto in tribunale?

"Ne ho vinte due a distanza di pochi giorni, mi chiedevano 500mila euro in tutto. A me hanno dato due spicci a fronte di querele temerarie, neanche questo è giusto".

Hai mai pensato di smettere di scrivere?

"Sì, proprio quando ho vinto quelle due querele temerarie. Non sono un martire, ho scelto come altri colleghi di lavorare sul territorio, ma contro l'abuso di queste minacce bianche, deve essere una battaglia di tutti".

Cosa diresti a Saviano?

"Di tornare a scrivere solo di camorra, non dello scibile umano..."

Perché?

"Il giornalista non può godere di impunità anche quando dice cose gravi solo perché è famoso o attacca un nemico politico".