Nell’attuale circo del grande tennis, ormai pieno di esibizioni per super ricchi, ci mancava solo il superenalotto. Possiamo definirlo così il gioco promosso da uno sponsor che premierà il mago indovino di tutti i vincenti delle 127 partite del tabellone maschile o femminile degli Australian Open, dal primo turno alla finale: in palio 10 milioni di dollari australiani (circa 5,7 milioni di euro), ma la possibilità calcolata di azzeccare il pronostico è di circa una su un miliardo, e solo se la maggior parte dei favoriti fa il suo dovere. Se ci dovessero essere sorprese, siamo a livello del tuffatore che centra una tinozza.
Insomma: è la “Bracket Challenge”, soldoni dunque. Che poi è il tema appunto che aleggia Melbourne nell’Happy Slam, perché i tennisti sono impegnati a battere cassa. Quest’anno gli organizzatori australiani distribuiranno 111,5 milioni di dollari (più o meno 65 milioni dei nostri), ma ai top player la cifra – che è aumentata del 16% rispetto al 2025 – ancora non basta. E quindi per il momento si discute e si minaccia.
Mentre la popolazione dello Stato di Victoria fa i conti e un po’ si lamenta: dal 2011 ad oggi più di un miliardo di dollari locali sono stati presi dalle loro tasse per far più bello il Melbourne Park, e la cosa andrà avanti ancora per 20 anni. Perché poi, è vero, di questi tempi alla fine si gioca a tennis. Anche.

