E se gli elettori ucraini dicessero no? E se un altro no arrivasse dal Cremlino? Sono le due spade di Damocle sospese sul piano di pace americano che - secondo quanto rivelato dal Financial Times - dovrebbe metter fine al conflitto ucraino entro il prossimo giugno. Una scadenza che permetterebbe a Donald Trump di dedicarsi alle elezioni di Midterm sventolando il trofeo della pace raggiunta e delle promesse elettorali pienamente realizzate.
Ma le indiscrezioni del quotidiano finanziario partono da una data molto più vicina. Tutto dovrebbe iniziare il prossimo 24 febbraio, quarto anniversario di quell'Operazione Speciale con cui la Russia tentò di prendere il controllo dell'Ucraina. Quel giorno il presidente Volodymyr Zelensky dovrebbe annunciare la data del prossimo maggio in cui gli elettori ucraini saranno chiamati non solo ad accettare o respingere il piano di pace americano, ma anche decidere se confermare l'attuale presidente o eleggerne uno nuovo. L'annuncio del 24 febbraio dovrebbe venir preparato nel corso dei colloqui trilaterali che secondo Casa Bianca si svolgeranno negli Stati Uniti la prossima settimana. Già questa prima scadenza è resa quantomai incerta dal silenzio della Russia che fin qui si guarda bene dal dire se intenda trattare sul territorio americano.
Da parte sua Kiev mette in dubbio invece la scadenza del 24 febbraio. "Non ci sarà alcun annuncio di elezioni - spiegano fonti della presidenza - finché non saranno garantite condizioni di sicurezza adeguate". E qui siamo al punto cruciale della faccenda. A oggi nessuno sa con esattezza né cosa preveda il piano di pace proposto dagli Usa, né le condizioni di sicurezza discusse da Trump e Zelensky. I russi da tempo fanno capire di voler respingere qualsiasi piano che non preveda il completo ritiro dei soldati ucraini dai 5.180 chilometri quadrati (poco meno della provincia di Roma) del Donetsk ancora sotto il loro controllo. E aggiungono di non voler alcuna task force occidentale - o tantomeno europea - sul territorio ucraino. Quindi per evitare il "niet" russo Zelensky dovrebbe non solo accettare il ritiro dal Donetsk prima di andare ad elezioni, ma anche accontentarsi di una task force e di una forza aerea posizionata ai confini del proprio Paese. Ben sapendo peraltro che la componente di terra non prevederà soldati americani, ma esclusivamente europei.
Altre perplessità riguardano la proposta Usa di istituire una zona economica libera come area cuscinetto nella regione orientale del Donbass. Una proposta che non convince né Kiev né Mosca. Quest'ultima peraltro fa sapere di non aver mai visto - né esaminato - il piano americano su cui dovrebbe confrontarsi la prossima settimana. E sottolinea che le eventuali garanzie concesse a Kiev vanno accompagnate da assicurazioni almeno equivalenti offerte a Mosca. Dietro la formula si cela una doppia richiesta. La prima è sancire l'appartenenza dell'Ucraina e di altre regioni ex sovietiche alla sfera d'influenza russa. La seconda è riconoscere la sovranità di Mosca sui territori di Crimea, Lugansk e Donetsk.

