È un noir che parte da un gesto primitivo: stringere il collo di un uomo finché smette di essere una persona e diventa un oggetto. Non è un caso. Questo romanzo parla di cose, di merci, di reliquie, di resti di vite altrui messi in vetrina. E parla di uomini che, a furia di collezionare, finiscono per essere collezionati loro stessi.
Gli uomini muoiono, le cose restano. È un pensiero ricorrente, ma in “I collezionisti” di Paolo Regina (Neri Pozza) diventa una lama: perché qui la morte non arriva come una tragedia, arriva come un gesto pratico, quasi artigianale. Aspettare l’ultimo spasmo. Sistemare il corpo su una poltrona con la tappezzeria a fiori, accanto a un pianoforte. Chiudergli gli occhi. Farlo sembrare ancora parte dell’arredo. In un romanzo che parla di antiquari, di fiere, di oggetti passati di mano in mano, non poteva che essere così: il primo cadavere è già una natura morta.
La scena si apre a Trani, dentro il padiglione di una fiera di antiquariato. Un inglese, James Hackett, venditore di bric-à-brac e di memorie a buon mercato, viene trovato seduto, livido, con la bocca rimasta a cercare un ultimo sorso di vita. È un’immagine che si imprime e non se ne va, perché Regina ha una vocazione: sa costruire l’atmosfera senza gonfiarla, sa essere visivo senza essere decorativo. Il sangue non schizza, non serve. Basta una pashmina di cashmere infilata in tasca, un gesto minimo della vicequestore Gaia Innocenti, e il lettore capisce che qui non si gioca a fare i detective: qui si prova a non farsi divorare dall’ombra.
Gaia Innocenti è il centro morale del libro. Non una eroina, non una maschera. È una donna che porta dentro una macchia di passato e che per questo osserva gli altri con la concentrazione di chi sa che ogni vita ha una crepa. Sul lavoro è spigolosa, essenziale, quasi ferma come un quadro. Fuori dal commissariato diventa un’altra persona, volontaria tra i senzatetto, come se cercasse di espiare senza mai dichiararlo. Regina non la spiega troppo, la lascia emergere per dettagli: una postura, un silenzio, una frase tagliata. E questo, in un noir, è oro.
Il mondo intorno è perfetto per il delitto: la fiera come microcosmo, le reti degli stand, le telecamere che partono alle 19:45, quella zona grigia tra chiusura e notte dove possono accadere le cose peggiori. Gli antiquari hanno voci, manie, vanità, piccole miserie. Andrea De Luca, con la giacca viola e il gusto per l’esagerazione, sembra uscito da una Roma laterale e teatrale, e porta con sé la nota giusta di umanità e ambiguità: l’amico fedele che racconta, divaga, si contraddice, e intanto consegna all’indagine un nome, un rancore antico, una frase detta in inglese come una minaccia: “sono cresciuto alla periferia di Manchester, figurati se non riesco a neutralizzare un figlio di puttana”.
“I collezionisti” è un noir che scorre con ritmo pulito, ma la sua qualità migliore è la malinconia che filtra tra le righe. Non è solo un caso da risolvere: è una storia di possessioni, di cose trattenute, di vite che si riempiono di oggetti per non affrontare i vuoti. E alla fine, in controluce, resta una domanda semplice e feroce: che cosa collezioniamo davvero, quando pensiamo di collezionare? Quadri, orologi, vinili. O scuse, rimorsi, colpe che non vogliamo lasciare andare.
Regina scrive con misura, sì, ma una misura che qui somiglia a una forma di eleganza: non alza la voce, e proprio per questo ti costringe ad ascoltare. E quando chiudi il libro ti resta addosso quella sensazione che i buoni noir sanno dare: non l’adrenalina, ma un’inquietudine lenta, come pioggia sottile che non smette.

